Quel lontano primo maggio a Taranto

Dopo il 25 luglio la guerra continuava, l’Italia era divisa in due, il nord occupato dai nazisti costituiva lo stato fantoccio della repubblica di Salò, il sud era ancora Regno d’Italia mentre il territorio Italiano era teatro di guerra.

Taranto, città militare con industrie belliche continuava la sua vita e produceva per la guerra pur sotto i bombardamenti, ma intanto si respirava un clima nuovo, fatto da un misto di paura per la guerra e per il futuro, fame, e quel tiepido sentimento di libertà che si cominciava ad assaporare.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato”, Milano, Museo del Novecento

Non mancavano i nostalgici quelli che avevano creduto nel regime fascista e che non avevano capito che la storia aveva preso un’altra direzione.

Presto si riaccenderà il conflitto sociale che nella città sarà particolarmente duro, ma intanto la città stringeva i denti ed andava avanti... Nel frattempo si avvicina la data del 1° maggio , festa del Lavoro, la prima dopo la caduta del fascismo, la prima che sia sarebbe potuta celebrare liberamente. Oggi appare scontato che una tale ricorrenza appartiene a tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche. A Taranto ormai da qualche anno il 1 maggio si svolge un concertone che è un evento nazionale e che è insieme una grande occasione di festa ma anche la sottolineatura delle lotte di una città sofferente per il lavoro, che manca (soprattutto per i giovani) e per i danni e le ferite di una industrializzazione selvaggia fatta senza rispetto delle persone e dei loro diritti. Si tratta quasi di un contraltare dei grandi concerti romani, in piazza San Giovanni, dove l’elemento della festa, seppure caratterizzata da contenuti solidaristici e progressivi, prevale su qualunque altro. Tuttavia entrambe le feste sono una importante testimonianza della vitalità della democrazia italiana, e sono feste di popolo che appartengono a tutti.

Il fatto che in questa primavera 2020 non potranno essere celebrate come ulteriore prezzo da pagare al moloch della pandemia è un costo pesantissimo.

Quando questa fase terminerà dovremo riconquistare gli spazi del vivere collettivo, gli spazi di comunità. Certo stiamo resistendo, il fatto che le persone si diano appuntamento per cantare insieme dai balconi è importante ma bisognerà ricostruire i luoghi di vita e di decisione collettive non solo i bar ed i ristoranti, ma persino le riunioni di condominio dove si litica sul calcolo delle tabelle millesimali.

Nella primavera del 1944, si respirava un’aria d’attesa nuova rispetto alla possibilità di riunirsi e mostrare ciò che si era e cosa si pensava. La data del 1 maggio, non aveva ancora il sapore di festa collettiva , aveva un dirompente significato politico, carico delle tensioni e delle divisioni del momento.

Intanto fu necessario decidere di ripristinare la festa in se. Il Regime nella sua foga di ridisegnare la cultura italiana e di fascistizzare il paese in tutti gli aspetti (incurante del sapore beffardo e ridicolo di alcune decisioni) , insieme al “lei” aveva soppresso anche la festività del 1°maggio, la festa del lavoro in epoca fascista veniva celebrata il 21 aprile, giorno in cui si celebrava la data della fondazione di Roma.

La Gazzetta del mezzogiorno del 29 marzo 1944 titolava: “La festa del lavoro sarà riportata al 1° maggio” Non era un avvenimento scontato era una notizia, una importante notizia.

Ma non era solo il regime a non riconoscere quella data, anche le forze del lavoro cattoliche non condividevano a quel tempo, con quelle marxiste la data del 1maggio (oggi, al contrario la festa del lavoro ha anche un riconoscimento ufficiale della chiesa cattolica dal momento che in essa festeggia “S. Giuseppe Lavoratore”).

Il fatto inoltre che quell’anno il 1° maggio cadesse di lunedì creava una contrapposizione, non voluta ma inevitabile, con la festività religiosa: cosa avrebbero “santificato” i lavoratori la santa domenica o la festa del 1° Maggio? I sindacalisti della C.I.L (non ancora CISL) riuniti a Taranto in un convegno provinciale della DC levarono una vibrata protesta, contro l’ipotesi di rendere lavorativa, domenica 30, perché potesse essere festivo il successivo 1° maggio. La presa di posizione era motivata non solo dal fatto che in questo caso perché i lavoratori non avrebbero partecipato alle funzioni religiose domenicali, ma anche perché le organizzazioni cattoliche non riconoscevano il primo maggio come festa unitaria, per i lavoratori cattolici la festa del lavoro era il 15 maggio, ricorrenza della pubblicazione della “Rerum novarum”, come scrisse la Gazzetta del Mezzogiorno del 25 aprile 1944 commentando il convegno provinciale della democrazia Cristiana.

La frattura, interna alle forze democratiche consentì che sull’argomento si inserisse un gruppetto di neofascisti, che in Arsenale, dopo lo sbandamento di luglio, si andavano riorganizzando.

I lavoratori dell’arsenale avevano predisposto i simboli della festa del lavoro. Secondo quanto scrive Fiorindo Lemma nel suo libro (L’arsenale di Taranto tra cronaca e storia) la cosa diede fastidio ad alcuni ufficiali nostalgici in servizio presso la caserma sommergibili.

La domenica del 30 aprile “dopo l’uscita delle maestranze, un picchetto di marinai armati di moschetti e baionette entrano nelle officine, cancellarono i simboli pitturati e divelsero quelli murati”.

Provocazione inutile perché le organizzazioni sindacali, furono prontamente avvertite, e già nella notte un gruppo di lavoratori rientrò in arsenale e provvide a cancellare le iscrizioni fasciste e a ricoprire di slogan che inneggiavano all’Italia libera, oltre che di falce e martello, i muri dell’arsenale. Quando gli operai l’indomani mattina rientrarono in fabbrica, la squadra di attivisti era ancora all’opera. L’indomani gli operai della officina costruzioni in ferro issarono una bandiera rossa sulla tettoia della navata centrale dell’arsenale, che rimase lì a sventolare per parecchi giorni.

Tutto questo oggi è quasi incomprensibile ma a quel tempo una semplice scritta era la testimonianza di una riconquistata libertà di pensiero e di espressione. Una libertà che oggi ha altre forme ma non può essere cancellata.

Mario Pennuzzi

 

 

Fucina900

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